B2C: dagli USA forti segnali di crisi
Il modello di commercio elettronico business to consumer versa in gravissime condizioni. Il crollo del Nasdaq delle ultime 5 sedute, e più ancora nell'ultimo mese in cui ha perso circa il 34 % del suo valore, e' stato solo la punta visibile di un iceberg. I sintomi del tracollo già' erano visibili da molto tempo ed erano stati non pochi ad avvertire della fragilità di questo modello. Le molte società che avevano convinto investitori e clienti dell'opportunità e della fattibilità del loro business, oggi non fanno più proseliti e non trovano i finanziamenti necessari per perseguire i loro progetti. Alla fine i conti devono tornare altrimenti nessuno più è disposto a fare credito. Ci sono casi incredibili di aziende ormai sull'orlo del collasso come CDNow. Dagli analisti fu indicata come la futura dominatrice della vendite musicali on line per il B2C, oggi potrebbe addirittura scomparire. Da gli oltre 16 dollari di dicembre ora vale meno di 4. Value America è circondata da altrettanti dubbi sulla sua sopravvivenza, vendeva di tutto poi ha dovuto ridurre la sua gamma di prodotti e nonostante tutto non è riuscita avere il ritorno in termini di utili che ci si attendeva. Altrettanto si può dire di BeautyScene obbligata pochi giorni fa a vendere nome ed asset ai suoi finanziatori. Negli USA con la stessa rapidità con cui la gente si è abituata a comprare on line, ora si è pronti a giurare sul tramonto del settore. Le perdite continuano a crescere sempre di più rispetto ai ricavi, così anche il capital venture e gli investimenti in borsa che sembravano inesauribili ora si sono esauriti. Il processo di selezione è, e continuerà, ad essere spietato: solo chi offre il modello economico più conveniente e più convincente resta in piedi gli altri scompaiono e verranno presto rimpiazzati. Anche giganti come Amazon paiono barcollanti. Secondo alcuni analisti dovrebbe spendere altri 500 milioni $ per diventare redditizia, però allo stesso tempo corre il rischio di terminare le risorse finanziarie entro gennaio del 2001. Ma ormai sono tantissime le aziende destinate a soccombere e la causa principale è la mancanza di efficienza. Con il web si possono realizzare transazioni senza i costi fissi della struttura tipici di un negozio normale (locali e forza di vendita) Però per molti il web richiede troppa efficienza: i prezzi devono essere sempre bassissimi e le promozioni si protraggono a tempo indeterminato per mantenere i clienti che con un solo click ti possono tradire. Uno dei problemi principali è il numero di negozi on line: nei soli Stati Uniti sono oltre 30 mila i negozi virtuali che offrono prodotti o servizi e circa mille fatturano oltre 500 mila dollari all'anno. Inoltre tutti i più grandi dettaglianti sono entrati in concorrenza, è il caso dei Wal-Mart Stores. Secondo le stime della Jupiter Communications, l'e-commerce continuerà a crescere (+ 53% nel 2000 per un totale di 23 miliardi di dollari negli USA). Però anche i costi stanno crescendo ed in misura maggiore. Le imprese virtuali si vedono obbligate a svolgere funzioni maggiori: dalla costruzione di magazzini all'assunzione di rappresentanti. Inoltre, per assurdo che possa sembrare, per ottenere visibilità in un contesto affollatissimo devono spendere una fortuna per la pubblicità sui media tradizionali, perdendo tutti i vantaggi rispetto ai costi. Uno dei servizi più onerosi risulta la chat on line con i clienti, con cui il cliente può parlare gratis con un rappresentante mentre i 2 guardano la stessa pagina web. Il servizio è sempre più popolare e ciò costituisce un gran problema per le Internet company che devono assumere più personale. Ed allora risulta plausibile anche la scelta di chi, come Miadora.com (una gioielleria online), ha deciso di preparare cataloghi in formato cartaceo o di Gazoontite.com (un negozio di San Francisco che vende prodotti antiallergici) di utilizzare i fondi del venture capitalist per costruire negozi di calce e mattoni. Certamente le aziende specializzate nel B2C prevedevano perdite per i primi anni prima di ottenere utili. Però facevano affidamento sul mercato borsistico per finanziarsi durante questo periodo. E ciò era normale almeno fino a 6 mesi fa, la vendita di azioni era destinata ad un sicuro successo. Oggi non è più così. Il mercato ha chiuso le porte in faccia a questo modello. Gli investitori chiedono utili. Sono soprattutto le spese di marketing ad affondare le imprese. La Pets.com provocò il panico quando ha reso pubblico che aveva speso 30,7 milioni di dollari in marketing nell'ultimo trimestre una somma quasi sei volte superiore al totale delle vendite dello stesso periodo. Secondo gli analisti si spendono un minimo di 45 dollari (c'è chi parla anche di 200 $) per attirare un cliente ma poi questi effettua un acquisto medio di 35 $ e nella maggioranza dei casi non torna più. Spesso il cliente non effettua l'ordine una volta che ha conosciuto il costo dell'invio. Value America nonostante i suoi problemi finanziari da gennaio ha deciso di offrire l'invio a costo zero. Etoys ha investito in nuovi centri di stoccaggio per migliore la rapidità delle sue consegne e Peapod INC, utilizza negozi al dettaglio per evadere gli ordini. Tutto ciò non farà che aumentare i problemi verso la strada della redditività delle aziende del settore. Ma, considerato che quasi tutti perdono soldi, il denaro per finanziare questi nuovi progetti deve arrivare dalla propria liquidità o dal mercato. Ma lì non c'è più nessuno disposto a scommettere su progetti i cui costi superano sempre i ricavi. |